Bene, tempo di postare questa cosa! Non sono assolutamente convinta di ciò che ho scritto, nè del fatto che sia riuscita a mantenere così in character tutti i personaggi che ho coinvolto, ma tant'è.
Settima settimana, M7
Fandom: Fate/Grand Order (Fate in generale, ma tant'è) e The Case Files of Lord El-Melloi II
Prompt/Note: Scambio tra due personaggi di timeline/universi differenti. Qui ho deciso di scambiare la Ritsuka classica master di Chaldea in FGO con la Ritsuka del passato, ai tempi di quando è settato The Case Files of Lord-El Melloi (che potrebbe anche essere considerata una timeline alternativa, visto che Chaldea è effettivamente successiva agli eventi di Lord El-Melloi, ma non si capisce ancora se sia stata causata da something went wrong o cosa) che ha sicuramente studiato sotto Waver/Lord El-Melloi II. Quindi in questa storia, vediamo come si comporterebbe una eventuale Ritsuka del passato se si svegliasse una mattina e si trovasse a Chaldea, con tutti i vari ed eventuali Servant che la se stessa del futuro è riuscita a evocare. Ho deciso di avere questa come prima fic perchè la Ritsuka del passato non ha giustamente idea di dove sia finita e giustamente si fa tantissime e lecite domande, che verranno risposte (si spera) nella seconda storia, che avrà come protagonista la classica Ritsuka del gioco.
Pairing: one sided!Ritsuka/Waver, leggermente Edmond/Ritsuka ma penso che tutte queste cose saranno evidenti nell'altra fic XD
Ritsuka aprì gli occhi e guardò in alto. Fin da quando era piccola, aveva avuto sempre la tendenza di agitarsi per le piccole cose; anni di esercizi di calma interiore, però, l’avevano temprata per far si che riuscisse a calmarsi anche nelle situazioni più disperate. Doveva dire che era stato difficile e che, purtroppo, parte di questo processo era ancora qualcosa che stava cercando di portare avanti assiduamente. Certo, dopo la decisione – molto infelice, il fatto che i suoi avessero pensato che sarebbe stato una buona idea la faceva stupire ogni volta che ci ripensava – di entrare a far parte ufficialmente della scuola di magia gestita dall’Associazione dei maghi, l’Associazione Clock Tower in persona, non è che aveva poi molte altre opzioni. Da come era stato fin dall’inizio avvisato a tutti i giovani aspiranti maghi che volevano cimentarsi nell’ardua sfida di prendere l’investitura da mago a suddetta scuola, l’impresa non era per nulla semplice. Non era un caso che solo i figli delle più antiche e rinomate famiglie riuscissero a entrare ed effettivamente ad avere successo durante le lezioni. D’altronde, la magia e tutte le arti a essa connesse erano discipline che venivano tramandate nella più assoluta segretezza di generazione in generazione; nella maggior parte dei casi, solo il primo figlio di ogni famiglia poteva avere il privilegio di accedere alla conoscenza delle arti magiche per portare avanti così l’onore della casata. Spesso, gli altri figli venivano semplicemente tenuti all’oscuro di tutto e vivevano la loro vita ignorando qualsiasi cosa riguardasse il sovrannaturale e la magia. A volte, in passato, era capitato che più figli di una stessa famiglia fossero iniziati alle arti magiche, ma alla fine la successione della casata e, di conseguenza, le varie conoscenze segrete e proprie di ogni famiglia venivano tramandate solo a un unico figlio. Tale figlio, ovviamente, veniva scelto dal capofamiglia e la sua scelta era insindacabile. Ritsuka, da quando era entrata in quella scuola, viveva a contatto con realtà del genere tutti i giorni e, per una ragazza assolutamente non portata come lei alla competizione e alle sfide, per i primi mesi la situazione era ingestibile. Durante ogni lezione, per qualsiasi sciocchezza, i suoi compagni di classe buttavano la cosa in rissa, o in competizione nelle loro arti magiche. La ragazza aveva quindi imparato due cose molto fondamentali: la prima, a non cercare di attaccare briga con nessuno e la seconda, imprescindibilmente collegata con la prima, ad allontanarsi e a tenersi dai guai per quanto possibile. La famiglia di Ritsuka aveva iniziato a praticare le arti magiche solo da tre generazioni; sua nonna aveva incontrato, per sua fortuna, – o sfortuna, la ragazza non era ancora sicura su come considerare tale incontro – un giovane mago durante l’adolescenza. Tale mago, andando contro le imposizioni e gli obblighi della sua famiglia, aveva comunque deciso di sposare una persona esterna a quel mondo. La versione ufficiale era che l’Associazione dei maghi stava diventando sempre più sporca e corrotta man mano che le generazioni andavano avanti e suo nonno voleva in un certo senso ribellarsi. La versione a cui Ritsuka credeva di più era che effettivamente il vecchio avesse voglia di creare un suo casato, indipendente dalle restrizioni della sua famiglia originaria. In ogni caso, questa scelta gli era costata il non poter avere tramandati i segreti della sua dinastia, rendendo effettivamente la famiglia della giovane maga, giunti a lei, una famiglia di terza generazione, come erano soliti chiamarla nell’ambiente. Questo faceva che si che, di base, la sua attitudine alla magia, i suoi circuiti magici e di base tutti i suoi incantesimi fossero di lunga depotenziati rispetto a quelli della maggior parte dei suoi colleghi.
Ovviamente, nonostante si trovasse in questa situazione decisamente difficile, la ragazza aveva comunque trovato il tempo di avere una specie di cotta – chiaramente non ricambiata – per uno dei suoi professori. Il fatto che l’uomo insegnasse la sua materia preferita, Teorie della Magia Moderna, non aiutava. Da come aveva sentito in giro, anche lui proveniva, proprio come lei, da una famiglia di maghi di terza generazione e, nonostante tutto, era comunque riuscito ad avere una cattedra – la dodicesima in tutta la storia dell’Associazione – in quella scuola. Certo, dalle voci di corridoio, sembrava che il suo entrare a far parte del circolo dei Lord – così venivano chiamati i maghi che detenevano la posizione di insegnanti – fosse stato frutto di uno strano accordo con una famiglia molto più potente della sua originaria, appartenente al suo mentore, che era venuto a mancare a seguito dell’ultima guerra del Santo Graal. A tal proposito, l’uomo aveva anche cambiato il suo cognome, in modo da onorare il suo insegnante passato. Ritsuka, ovviamente, non sapeva tutti i dettagli, ma pensava che l’aria di mistero e leggera malinconia che l’uomo portava con sé ogni volta che leggeva dal libro di testo o si fermava a rispondere alle domande degli studenti gli conferisse un’aura di fascino non indifferente. E non era la sola a pensarla così. Infatti, le studentesse che come lei avevano perso la testa per il solitario Lord El-Melloi II – così aveva scelto di farsi chiamare una volta acquisita la cattedra di Teorie della Magia Moderna – non si contavano sulle dita di una mano e, onestamente, come biasimarle? Molte di loro, tra l’altro, provenivano anche da famiglie ricche e potenti, ma erano comunque cadute vittima del fascino dell’uomo. Ritsuka si ritrovava spesso a chiedersi se per caso non avesse attivato una sorta di incantesimo passivo che aveva il potere di affascinare tutte le persone entro un certo range. Ovviamente il secondo dopo, la ragazza si ripeteva che stava viaggiando un po’ troppo con la fantasia perché se il professor El-Melloi II fosse stato davvero capace di magie così potenti, non le avrebbe certo sfruttate per catturare le attenzioni di qualche ragazzina.
Personalmente, la ragazza era molto affascinata dalle voci che circolavano su un suo coinvolgimento nella più recente guerra del Santo Graal: Ritsuka non ne sapeva molto, ma dai racconti che aveva sentito, sembrava un evento tanto interessante quanto pericoloso. Una serie di maghi che, preso in prestito il mana colato dal Santo Graal, riuscivano a evocare Spiriti Eroici di grandi personalità del passato. Stando ai pettegolezzi, il suo professore avrebbe combattuto al fianco del famoso Alessandro Magno. Già solo l’idea che qualcosa del genere potesse essere possibile faceva volare Ritsuka con la fantasia. Ovviamente, l’uomo non amava parlare di quel frammento della sua vita, specialmente a degli studenti, ma più di una volta Ritsuka era riuscita a intravedere nella tristezza degli occhi dell’uomo dei ricordi di quella guerra. Durante una lezione, nel mentre di un ricevimento, c’erano certi argomenti che, nolente o volente, lo portavano ad assumere dei toni che non lasciavano dubbi. Purtroppo per la giovane maga, lei sapeva troppo poco riguardo agli Spiriti Eroici per poter ricostruire le vicende vissute da Lord El-Melloi II basandosi solo su questi piccoli indizi.
Sospirando, la ragazza di guardò intorno. La stanza nella quale si era svegliata era completamente bianca e lei poteva mettere la mano sul fuoco che il letto dove stava dormendo non era il suo. Cercando di mantenere la calma, cercò di analizzare la situazione razionalmente. Era pur vero che l’Associazione dei maghi, da sempre tradizionalista e convinta nel voler rispettare la purezza delle proprie origini, le aveva fin da subito sconsigliato di entrare nella suddetta scuola. La ragazza però, supportata da suo padre e, soprattutto, suo nonno, aveva deciso comunque di iscriversi. Nella sua classe c’erano, seppur in numero molto minore rispetto agli altri, altri ragazzi come lei. Addirittura nella sua classe c’era una ragazza proveniente da una famiglia di seconda generazione! Nonostante non fosse esperta nelle arti magiche, Ritsuka aveva invece più esperienza nel capire come tirarsi fuori dai guai e, aiutandosi a vicenda con altri alunni nella sua situazione era sempre riuscita a rimanere fuori da eventi troppo strani e la sua vita scolastica era sempre scorsa tranquillamente. Fino a quel momento. Più la giovane maga si guardava intorno e più non aveva idea di che posto fosse quello. Dall’aspetto, sembrava una cabina di quei film futuristici dove le persone erano rinchiuse in una base sotterranea o non potevano uscire da essa per via del mondo distrutto da un apocalisse. Alzandosi lentamente da quel letto sconosciuto, la ragazza iniziò a vagare per la stanza in cerca di indizi. La stanza era così bianca che la opprimeva leggermente e l’istinto di scappare da quella che sembrava essere la cosa che più assomigliava a una porta era molto forte. Però, a quel punto, la parte razionale della ragazza prese il sopravvento: cosa ci sarebbe stato al di là? Lei non era sicuramente in grado di fronteggiare, con i suoi incantesimi, qualsiasi cosa ci fosse stata dietro quella porta. Mentre era concentrata a fissarla con sguardo accigliato, un rumore provenne da dietro di essa.
- Senpai? – Una voce sconosciuta chiamò da dietro la porta.
Ritsuka era assolutamente certa di non conoscere nessuno che fosse un anno più piccolo di lei, dato che frequentava ancora il primo anno alla scuola. Per caso era stata vittima di un incantesimo di scambio di corpo con qualcuno degli studenti più grandi? Le sembrava una teoria così assurda. In ogni caso, doveva capire se poteva aprire o meno la porta, per evitare di venire scoperta. Mentre si avvicinava alla porta, notò che nella parete vicino era posto uno specchio. Passandoci davanti, ciò che vide la lasciò decisamente di stucco. Al di là dello specchio, con in faccia uno sguardo stupito tanto quanto il suo c’era la sua stessa faccia, forse un po’ più stanca del solito, che la ricambiava. La ragazza si avvicinò allo specchio. Non c’era ombra di dubbio. Era nel suo corpo, non c’era modo fosse entrata nella mente di qualcun altro. Quei capelli rossi, quegli occhi spauriti… era senza dubbio lei. Guardandosi il petto, però, forse… era leggermente più grande? Quindi, era andata nella mente di una se stessa del futuro? Questa teoria le sembrava ancora più assurda della precedente, a dirla tutta, però era sicuramente quella più plausibile al momento.
- Senpai? – La voce continuò a insistere, questa volta con un tono avente una leggera nota di preoccupazione.
Ritsuka capì che doveva rispondere, non c’era altro modo.
- Ah, si! Ehm… eccomi, arrivo! – C’era un problema. Non aveva idea di dove fossero i suoi vestiti. Bene.
- Se vuoi vado già di sotto a fare colazione, ti aspetto lì? – La voce dall’altra parte continuò a chiedere. Dal tono, in ogni caso, sembrava una ragazza. Forse era il caso di farla aspettare, così che l’avrebbe accompagnata dovunque era che volesse andare.
“Oddio, io non ho idea di dove si faccia colazione, però non posso farla aspettare all’infinito.” Si preoccupò la ragazza. Per fortuna, complice un po’ di fortuna e di istinto, riuscì a trovare in maniera veloce l’armadio dei vestiti e a mettersi su quella che sembrava una divisa che era sicura di aver visto in precedenza. Se non ricordava male, la indossava una ragazza che una volta era venuta a parlare con il professor El-Melloi II. Ritsuka non aveva idea di chi fosse, né del perché il suo professore assunse un’espressione così triste nel vederla. In ogni caso, mettersi quei vestiti forse l’avrebbe aiutata a mantenere la calma durante la giornata. Tra l’altro, chissà quanto sarebbe durato questo scambio? La ragazza non ne aveva davvero idea, e sperava che qualsiasi cosa fosse si sarebbe risolta prima di venire scoperta.
Aperta la porta, Ritsuka si trovò davanti una ragazzina leggermente più bassa di lei, con una felpa bianca e degli occhiali rossi. Aveva dei capelli a caschetto leggermente disordinati e anche il suo atteggiamento non sembrava proprio dei più rampanti. Al vederla, la ragazza sorrise e iniziò a camminare verso quella che, forse, era la mensa di quello strano posto. Il corridoio che stavano percorrendo era, proprio come la sua camera, completamente bianco e non c’erano finestre che davano all’esterno. Questo era un punto a favore della teoria della base sotterranea, ma Ritsuka volle di proposito evitare domande che potessero svelare la sua vera identità.
- Vedo che oggi hai deciso di usare il mystic code dell’Associazione dei Maghi, Senpai. Come mai? -
Bene, già cominciavamo con le domande difficili. Perché la se stessa del futuro avrebbe dovuto indossare un vestito piuttosto che un altro? Forse i diversi vestiti avevano poteri magici diversi?
- Erhm… pensavo che questo potesse aiutarci di più durante l’allenamento di oggi? – Chiese, molto probabilmente più a se stessa che alla ragazza di fianco a lei.
- Ah, certo, capisco. – Rispose l’altra e Ritsuka trattenne a fatica un sospiro di sollievo nel sentire che, si, apparentemente era riuscita a dare una risposta soddisfacente pur non avendo assolutamente idea della situazione in cui si trovava.
Una volta che le due ragazze ebbero finito colazione – per un momento Ritsuka si chiese se fossero le uniche persone lì, ma per la sua sanità mentale nel caso di risposta positiva non volle investigare ulteriormente sull’argomento – la misteriosa ragazza, della quale non sapeva ancora il nome e alla quale non osava chiederlo, si alzò.
- Senpai, va tutto bene? – Ritsuka, per un momento, fu tentata di dirle tutto. In fondo, non sembrava cattiva ed era poco probabile che l’avrebbe attaccata così da un momento all’altro e senza motivo. D’altronde, era abbastanza sicura che al momento lei stesse abitando nel corpo della se stessa del futuro e dal comportamento dell’altra sembravano essere in buoni rapporti.
- Se c’è qualcosa che non va, possiamo andare dal Dottor Romani, prima di passare nella Sala dei Comandi. Anche se penso ci siano già alcuni Servant ad aspettarci, penso che la tua salute venga prima di tutto. – Suggerì ancora. A quelle parole, Ritsuka non fu sicura di aver sentito bene le parole dell’altra. Aveva davvero capito bene? Se ben ricordava dalle lezioni del professor El-Melloi II era sicura che con Servant ci si riferisse a quegli Spiriti Eroici che combattevano a fianco dei maghi durante le guerre del Santo Graal. Ma, da come la sapeva lei, ogni mago era in grado di evocare un solo Spirito Eroico. Perché quella ragazza aveva usato il plurale? Forse c’erano altri maghi, ma perché non erano mai stati menzionati fino a quel momento? A quanto pare, in quel luogo c’era un dottore – tale Romani – in grado, forse, di curare le persone? Che, certo, è quello che di solito fanno i dottori, ma in quel momento Ritsuka non era più sicura nemmeno del proprio nome. Di una cosa però era certa. Doveva saperne di più su quei fantomatici Servant che a detta della ragazza le stavano aspettando nella Sala dei Comandi. Probabilmente, se si fosse esposta ora, non sarebbe stato possibile conoscere altro su di loro, e, al momento, era troppo curiosa per poter rinunciare a una cosa del genere. Un conto è tenersi fuori dai guai – che in quel momento sembravano non esserci – un conto è lasciarsi andare delle occasioni altrimenti uniche.
Una volta entrata in quella che, a detta della ragazza, era la Sala dei Comandi, Ritsuka non riuscì a trattenere un sospiro di sorpresa. Nella stanza, erano presenti alcune persone, che effettivamente potevano rispondere alla descrizione di Servant che Ritsuka conosceva. Una donna dai modi gentili, lunghi capelli castani e occhi azzurri come il cielo, le salutò entrare e, per fortuna di Ritsuka, si rivolse alla sua compagna chiamandola ‘Mash’, effettivamente rispondendo alla domanda che si stava facendo da ore sul suo nome. Gli occhi della giovane maga, una volta risolta la questione, si spostarono lungo la stanza e si fermarono su un uomo, disteso su una serie di cuscini, intento a leggere un libro. Questo era sicuramente la persona più strana lì in mezzo in quel momento e sicuramente era un Servant. Aveva dei capelli biondi che sembrava risplendessero di luce propria, aveva un testa un copricapo che assomigliava a un turbante, un braccio che era rinchiuso in un’armatura dorata con il quale sorreggeva – o usava per lanciare l’incantesimo che lo faceva levitare – un libro molto grande, che Ritsuka non aveva mai visto. La ragazza pensò che quel tipo, chiunque fosse, dovesse essere parecchio esibizionista perché aveva praticamente il petto nudo, in una stanza di gente fin troppo vestita – considerato l’elaborato completo della ragazza che le aveva accolte. Inoltre, sulle spalle, aveva disegnati dei simboli che la ragazza non aveva mai visto. Da qualunque punto di vista la guardasse, sembrava che quella persona stesse cercando di impersonare per quanto possibile un mago e la cosa faceva leggermente sorridere Ritsuka che effettivamente stava studiando per questo. Era sicura che, comunque, un pensiero del genere lo avrebbe offeso terribilmente e quindi preferì tenerlo per sé. Il biondo, appena sentì lo sguardo della giovane maga su di lui, sbuffò e ricambiando lo sguardo la apostrofò.
- Cos’hai da guardare, scarto? Sei finalmente pronta per donare tutta te stessa al tuo re Gilgamesh? -
Al sentire quel nome, la ragazza non riuscì a frenarsi dallo spalancare gli occhi. Non era possibile. Sebbene non sapesse come o in che modo fossero collegati, era sicura che Gilgamesh appartenesse al passato del suo professore. L’aveva sorpreso, ed era sicura di ciò, diverse volte a soffermarsi sul suo nome durante una lezione. Magari parlando di grandi re, orgogliosi dei propri tesori, intenti a farsi seppellire con loro e portarsi la ricchezza anche nell’aldilà. Ritsuka era sicura che il professor El-Melloi II avesse incontrato Gilgamesh, sottoforma di Servant, almeno una volta nella sua vita. Come era possibile che lei ci stava parlando in quel preciso momento? Mentre stava ancora cercando un modo per rispondere senza sembrare totalmente cadere dalle nuvole, la voce leggermente arrabbiata della signora gentile che le aveva salutate prima ammonì il Servant.
- Gilgamesh, non far il bullo con la tua Master! – Oddio, aiuto. Era davvero una Master. Il rendersi conto di ciò – nonostante gli indizi per arrivarci ci fossero tutti – le fece perdere per un attimo l’equilibrio e se non fosse stato per Mash che, prontamente, le appoggiò una mano sulla spalla, ridandole equilibrio, Ritsuka si sarebbe accasciata sul pavimento. Non riusciva a crederci. Lei, una maga proveniente da una famiglia di terza generazione, era riuscita a evocare uno spirito così potente come quello di Gilgamesh? Come era possibile? C’erano così tante domande su quel futuro che lei non conosceva; il solo pensiero che avrebbe affrontato qualcosa del genere in futuro non la metteva per nulla a suo agio.
- Senpai? Tutto okay? Forse è meglio se per oggi ti riposi? Non penso sia il caso di andare ad allenarci in queste condizioni. – Forse avrebbe dovuto seguire il consiglio di Mash. Ritsuka non sapeva se era una Master anche lei – che fosse un Servant le sembrava strano, non ricordava che ci fosse qualche personaggio storico con le sembianze di quella ragazza – ma in quel momento forse era meglio ascoltarla. Non aveva idea di che tipo di allenamento la se stessa del futuro dovesse seguire ma di sicuro lei, con le conoscenze che aveva al momento, non sarebbe stata in grado di sostenerlo.
- Hai ragione, Mash. – In ogni caso, non le andava di venire scoperta così facilmente e soprattutto a causa della sua debolezza mentale. – Penso sia meglio andare dal dottor Romani. Puoi accompagnarmi? – Forse in quel momento non era in grado di controllare e affrontare una battaglia con dei Servant, ma era perfettamente capace di non farsi scoprire così facilmente.
Appena arrivata da questo dottor Romani di cui aveva parlato Mash, Ritsuka si trovò un po’ spaesata. L’uomo sembrava davvero ciò che più di lontano da un medico ci potesse essere. Un’altra cosa che la preoccupava era che, durante il tragitto, non avevano incontrato nessun altro, il che portava acqua al mulino dell’ipotesi che i maghi, in quella struttura con lunghi corridoi bianchi e senza finestre, lei fosse una dei pochi – se non l’unica, ma la sua mente sembrava non voler accettare tale pensiero – maghi rimasti.
- Dal controllo sembra che non ci sia nulla di strano. – Romani continuò a fissare la ragazza, che al momento voleva solo tornarsene a casa. – Però altre volte è capitato che la nostra cara Ritsuka fosse stanca al di là del fisico, quindi penso sia meglio che oggi te lo prenda come giornata di riposo. Sono sicuro che domani ti sentirai meglio e potrai riprendere l’allenamento come al solito. – L’uomo la guardò sorridendo.
A un certo punto, la porta della stanza si aprì. Da essa, un uomo, decisamente alto rispetto a Ritsuka, entrò con del caffè in mano. Un altro Servant? Era vestito tutto di nero, dei capelli bianchi leggermente mossi gli cadevano sulle spalle, coperti da un mantello. Il suo volto era coperto da un cappello nero. Ritsuka sentì una fitta al cuore che non si sapeva spiegare. Probabilmente la se stessa del futuro aveva qualcosa a che fare con questo Servant, altrimenti la sua reazione non poteva essere spiegata.
- Ecco qui, Master. Ti ho preparato del caffè. Penso che sia un elemento essenziale se si vuole combattere la stanchezza e la fatica. Probabilmente non è la cosa migliore che si possa prendere se si vuole dormire, ma almeno eviterà che tu perda i sensi durante il tuo tragitto verso la camera. -
Mentre Ritsuka sorseggiava quel caffè, non riuscì a fare a meno di provare una leggera malinconia e nostalgia. C’erano così tante cose che non sapeva? Si chiese che cosa potesse significare quell’uomo per lei in futuro, voleva sapere come mai era riuscita a evocare così tanti Servant e cosa era successo al mondo. Però sapeva anche di non essere pronta per nessuna di queste risposte. Forse la cosa migliore da fare era davvero tornarsene a dormire e sperare di risvegliarsi nella sua camera.
Mentre stava percorrendo l’ennesimo corridoio bianco della giornata – in qualche modo, rifacendo il percorso all’indietro, era riuscita a ritrovare la strada per tornare indietro alla sua camera – si guardò intorno. Pensò che, nonostante tutti i vari problemi che la vita scolastica le dava in mezzo a della gente così elitaria, non le stava andando male. Probabilmente la se stessa del futuro non aveva la vita così semplice e quindi era imperativo che lei godesse fino in fondo dei giorni felici che le rimanevano. Stava per aprire la porta della sua camera per cercare di mettere finalmente fine a quella breve – ma intensa – giornata, quando alle sue spalle sentì un rumore di passi. Un rumore di passi decisamente familiare, seguito da una voce altrettanto familiare.
- Non ti senti bene oggi? – La ragazza si girò di scatto. Forse era tornata alla normalità? Nonostante il bianco delle pareti le stesse chiaramente negando quella possibilità, l’uomo che aveva davanti gliela stava in un certo senso confermando. In maniera simile a quando aveva incontrato quel Servant vestito di nero, questa volta però per un motivo che lei conosceva benissimo, il cuore iniziò a batterle all’impazzata. Non poteva crederci. Lui era lì. L’uomo che l’aveva resa quella che era in campo magico era davanti a lei. Non poteva – non voleva – crederci, eppure era così. L’ultimo briciolo di razionalità che le era rimasto le impose di fermarsi, perché sapeva di essere ancora dentro il corpo della se stessa del futuro, ma non riuscì a fare a meno di farsi delle domande. Lord El-Melloi II era sopravvissuto insieme a lei? Erano solo loro due i maghi in quella base enorme? Perché allora era stata lei a evocare tutti quei Servant e non lui? Nessuna delle possibili risposte a quelle domande sembrava essere piacevole o soddisfacente quindi decise di liberare la mente e godersi semplicemente il momento.
- Non mi sento benissimo, professore. – Per un momento, fu sicura che l’altro smise di respirare per un secondo. Si era fatta scoprire? Poi, l’uomo le rivolse un sorriso amaro. Ritsuka non riusciva a ritrovare negli occhi di quell’uomo, il professore che tanto ammirava. Aveva il sentore che i suoi pensieri e i suoi sentimenti fossero simili a quelli di Lord El-Melloi II ma allo stesso tempo riusciva a percepire che non era questo il caso…
- Forse è meglio che vada a dormire per oggi. – Mentre apriva la porta della camera, Ritsuka riuscì a sentire le ultime parole del suo professore arrivarle alle orecchie.
- Mi raccomando. Studia per bene come funziona la magia fatta usando i gioielli. Sei sempre stata un’alunna molto studiosa, ma quell’argomento non è mai stato il tuo forte. -
Prima che la ragazza potesse rispondere, la porta si era chiusa e riusciva a sentire i passi dell’uomo allontanarsi lungo il corridoio.
Ritsuka era consapevole che quella giornata, invece di rispondere ad alcune delle domande che aveva ne aveva generate di altre nella sua mente. Esausta, si buttò su quel letto che non conosceva senza badare di togliersi i vestiti, e crollò in un sonno profondo.
- Ehi, sveglia! Faremo tardi per il compito di oggi! – Una voce, per fortuna questa volta familiare, le giunse alle orecchie e le fece aprire gli occhi. L’odore del suo letto e le familiari quattro mura della stanza che condivideva con la sua vicina di banco le fecero tirare un sospiro di sollievo. Ritsuka non sapeva come, né a dirla tutta si ricordava molto di quello che era successo durante il suo sogno – perché chiaramente una cosa del genere poteva trattarsi solo di un sogno – però era contenta di ritrovarsi nella sua stanza e lontano da possibili guai.
Mentre stavano ultimando i preparativi per uscire dalla loro stanza, Ritsuka ebbe una sorta di epifania.
- Ma senti, ti va di ripassare qualcosa sulla magia fatta con i gioielli prima di entrare in classe? -
- Come mai questa domanda? Ieri eri così certa che non ci sarebbe stato nel compito! -
Ritsuka si sentiva un po’ in imbarazzo a confessare una cosa del genere, però non poteva fare altirmenti.
- Fidati di me, ok? Ho sognato il professor El-Melloi II in persona che mi diceva di ripassare questo argomento perché ero scarsa. -
A quelle parole la sua amica scoppiò a ridere.
- Si, certo. E te l’ha detto mentre stavate facendo sesso sulla sua scrivania, scommetto. -
La sua amica, ormai, si teneva la pancia per non scoppiare a ridere. A quelle parole e al solo pensiero di una situazione del genere, Ritsuka sentì le guance prendere fuoco e si coprì la faccia con le mani. Poi alzò lo sguardo verso l’amica, pieno di odio.
- Senti, tu fai come vuoi, io ti ho avvisata! Chiamalo sesto senso o come ti pare, ma io sono sicura! –
E per una volta, la giovane maga aveva avuto ragione.